Livi sui vescovi emiliani - Fidesetratio

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2018


1. Come ho scritto più volte, anche in questo sito clicca qui, l’esortazione apostolica postsinodale Amoris laetitia non introduce dei cambiamenti sostanziali nella disciplina dei sacramenti (Matrimonio, Penitenze ed Eucaristia) e non contraddice formalmente gli insegnamenti definitivi del magistero ecclesiastico sulla materia,  in particolare sulla ammissibilità ai Sacramenti dei cosiddetti “divorziati risposati”, ma quando si tratta di dare degli orientamenti pastorali ai vescovi e ai sacerdoti in cura d’anime,  il testo della Amoris laetitia si esprime in proposito con  «voluta ambiguità» (questi sono i termini che io ho usato già all’indomani della pubblicazione della Amoris laetitia e che col passar del tempo mi sembra sempre più appropriato). In effetti, gli orientamenti pastorali della Amoris laetitia possono essere interpretati come una implicita ma ugualmente radicale rottura con la dottrina che la Chiesa ha sempre professato e con le norme canoniche che ne conseguono.

2. La la dottrina della Chiesa è basata sulla chiara volontà di Cristo di garantire al matrimonio (anche già come istituto naturale, base del sacramento della Nuova Legge) la caratteristica dell’indissolubilità: «In quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: “E’ lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?”. Ed egli rispose: “Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: “Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola? Così che non sono più due, ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi» (Vangelo secondo Matteo, 19, 3-6). Ugualmente chiara è la volontà di Cristo di considerare moralmente inammissibile ogni forma di concubinato dopo il divorzio: «Fu detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto di ripudio”. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie – eccetto il caso di pornéia – la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio» (Vangelo secondo Matteo, 5,32)». Di conseguenza, la dottrina della Chiesa, dall’enciclica di Pio XI Casti connubii fino all’esortazione apostolica postsinodale di san Giovanni Paolo II, Familaris consortio, in obbedienza al sesto comandamento del Decalogo e in difesa della santità del matrimonio cristiano ha valutato come gravemente peccaminosa (tanto da perdere lo «stato di grazia») la condizione spirituale di quei fedeli cattolici che, dopo aver abbandonato il legittimo coniuge facendo ricorso al divorzio (istituto giuridico introdotto ormai da quasi tutti gli Stati occidentali ma mai riconosciuto dalla Chiesa, che lo ha sempre combattuto  considerandolo una legge civile ingiusta, ossia contraria al diritto naturale)  ma non certamente), si sono uniti ad altri soggetti facendo ricorso, ancora una volta,  a un istituto giuridico dello Stato (il riconoscimento legale delle unioni civili di qualsiasi genere) che costituisce una legge positiva ingiusta che certamente non ha alcun valore davanti a Dio e alla Chiesa. In applicazione di questa dottrina dogmatico-morale, la chiesa non ammette all’eucaristia tali fedeli, a meno che non siano assolti dal loro peccato con il sacramento della riconciliazione: il quale però richiede nel penitente una sincera conversione, ossia il pentimento e il proposito di non commettere più i peccati che gli hanno tolto lo stato di grazia. In pratica, i cosiddetti” divorziati risposati non possono essere assolti se non interrompono la convivenza adulterina, o almeno la continuano – ove sia consigliabile per il bene dei figli nati dalla unione extraconiugale – vivendo però «come fratello e sorella». Il capitolo VIII della Amoris laetitia insinua la possibilità che i vescovi e i confessori riconoscano delle eccezioni a questa regola pastorale, assolvendo nella confessione e concedendo poi la Comunione sacramentale anche a quei fedeli che continuano a vivere nel concubinato.

3. Certamente, questa radicale rottura con la dottrina della Chiesa non è formalmente sostenuta dal testo della Amoris laetitia, ma è solo lasciata dedurre come intenzione implicita del suo autore (in conformità con quanto richiesto da molti esponenti dell’episcopato desco (i cardinali Walter Kasper, Marx) tant’è che quattro autorevoli cardinali (Walter Brandmüller, Carlo Caffarra, Raymond Burke e Joachim Meisner) chiesero a suo tempo a papa Francesco, con i celebri cinque “dubia” , di eliminare dal testo della Amoris laetitia ogni espressione che potesse rendere legittima quella interpretazione eterodossa. Analoghe richieste di chiarimento o ritrattazione sono quelle contenute della ugualmente celebre “Correctio filialis” firmata da sessantadue vescovi e teologi di tutto il mondo (cfr www.fidesetratio.it/  ). Ma a nessuna di queste richieste il papa ha ritenuto di dover rispondere, sicché la «voluta ambiguità» è rimasta, anzi è stata confermata come tale.

4. La conseguenza di tale «voluta ambiguità» (che va interpretata come un desiderio di papa Francesco di introdurre surrettiziamente una riforma della prassi che sul piano della dottrina non può essere in alcun modo giustificata) è che di fatto i vescovi cattolici, ciascuno singolarmente o riuniti relative conferenze episcopali, hanno applicato in tanti modi diversi gli orientamenti pastorali della Amoris laetitia. In tale contesto si inserisce adesso il documento dei vescovi dell’Emilia Romagna, i quali han no deciso di dare ai sacerdoti delle loro rispettive diocesi un’indicazione operativa precisa, ossia di considerare “in stato di grazia” e quindi libero di ricevere la comunione eucaristica un cattolico “divorziato risposato” che non ritiene di poter rinunciare agli atti sessuali con il nuovo partner in quanto essi sarebbero necessari per mantenere il legame affettivo della coppia e l’unione all’interno della nuova famiglia.
Si tratta evidentemente di un’indicazione operativa che contraddice frontalmente quanto aveva insegnato san Giovanni Paolo II, e i vescovi emiliani riconoscono che si tratta di una rottura con la tradizione dogmatico-morale, ma si giustificano dicendo che è proprio questo ciò che suggerisce il capitolo VIII della Amoris laetitia, anche se papa Francesco, per prudenza, si esprime in termini vaghi. Ecco infatti quello che scrivono i vescovi: «La possibilità di vivere da “fratello e sorella” per potere accedere alla confessione e alla comunione eucaristica è contemplata dall’Amoris laetitia alla nota 329. Questo insegnamento, che la Chiesa da sempre ha indicato e che è stato confermato nel magistero da Familiaris Consortio 84, deve essere presentata con prudenza, nel contesto di un cammino educativo finalizzato al riconoscimento della vocazione del corpo e del valore della castità nei diversi stati di vita. Questa scelta non è considerata l’unica possibile, in quanto la nuova unione e quindi anche il bene dei figli potrebbero essere messi a rischio in mancanza degli atti coniugali. È delicata materia di quel discernimento in “foro interno” di cui AL tratta al n. 300».

Insomma, questi vescovi rendono esplicito – come precisa indicazione pastorale per i sacerdoti in cura d’anime - ciò che papa Francesco si limitava a lasciar intendere, ricorrendo all’abusato termine di “discernimento” (che prende il posto delle ben note qualità di prudenza e di carità che ogni confessore deve avere quando valuta in “foro interno” le disposizioni interiori di un penitente che desidera ricevere l’assoluzione dei suoi peccati).

Hanno fatto bene questi vescovi che con tale documento si sono dimostrati (è proprio il caso di usare un brutto modo di dire) “più papisti del papa”?
Il loro è stato un buon servizio episcopale al popolo di Dio, che comprende sia il clero che i fedeli laici? Prima che essi parlassero in questi termini, i sacerdoti delle loro diocesi (come quelli di tutto il mondo cattolico) non potevano sentirsi obbligati ad amministrare i sacramenti della Confessione e dell’Eucaristia in quel modo scorretto che papa Francesco si limitava a suggerire nell’Amoris laetitia senza imporlo come una nuova legge canonica. Ora invece si trovano a dover affrontare un conflitto tra la loro coscienza e l’obbedienza ai loro vescovi. L’iniziativa dei vescovi dell’Emilia - Romagna, così diversa da quella di tanti altri vescovi d’Italia e del mondo, non contribuisce certamente all’unità della Chiesa cattolica nella dottrina della fede e nella disciplina pastorale, e io penso che l’eco di questa direttiva attraverso i media non giovi affatto ad orientare meglio l’opinione pubblica dei cattolici e invece concorra ad alimentare la loro confusione di coscienza e l’inevitabile allontanamento dai mezzi della grazia santificante.

Per saperne di più:
Giuseppe Brienza, La difesa sociale della famiglia. Diritto naturale e dottrina cristiana nella pastorale di Pietro Fordelli, Vescovo di Prato, Leonardo da Vinci, Roma 2015.
Danilo Quinto, Disorientamento pastorale. La fallacia umanistica al posto della verità rivelata?, Leonardo da Vinci, Roma 2016.
Teologia e Magistero, oggi, a cura di Antonio Livi, Leonardo da Vinci, Roma 2017.
Carlo Testa, L’ordine giuridico e l’ordine morale. Riflessione sul diritto naturale e sulla deontologia dei giuristi a proposito della “Corretio filialis” a Papa Bergoglio, Leonardo da Vinci, Roma 2017

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